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  • 1 giorno fa
«Sembrava una guerriglia, era tutto fuorché una manifestazione. C’erano teppisti incappucciati pieni di rabbia che tiravano calci alla porta della mia caffetteria. Era spaventoso. Sono seriamente preoccupato, ho paura che possa accadere di nuovo». Sono le parole di Francesco Sanapo, fondatore della Ditta Artigianale, caffetteria fiorentina che poi ha aperto anche a Milano. Nei giorni dei vandalismi nel centro del capoluogo lombardo, è stato colpito anche il locale di Sanapo in Corso Magenta. «Ci hanno spaccato una vetrina e distrutto il dehors esterno – ha raccontato l’imprenditore - hanno provato a entrare ma siamo riusciti ad avere la prontezza di chiudere le porte. Hanno cercato di buttarle giù ma non ci sono riusciti».Sanapo ha commentato la vicenda anche sul suo profilo Instagram: «Doveva essere un luogo di incontro, di sorrisi, di persone che si concedono una pausa davanti a un buon caffè. Invece Ditta Artigianale, in Corso Magenta, è diventata un rifugio dalla violenza. Vetrine distrutte. Locale chiuso. I miei ragazzi spaventati, costretti a mettersi al riparo. E oggi mi ritrovo a decidere di chiudere ancora, per paura di ritrovarsi nuovamente in quella situazione e soprattutto per proteggere i miei ragazzi. Sapete cosa mi fa più male? Non sono i vetri rotti. Quelli si cambiano. È la paura di chi ogni mattina si alza per andare a lavorare, per costruirsi un futuro. Ma chi distrugge una vetrina si è mai chiesto chi c’è dall’altra parte? Non ci sono miliardari capitalisti. Ci sono ragazzi che lavorano, famiglie, sacrifici, sogni. Manifestare è un diritto. Distruggere il lavoro degli altri no. Non si costruisce un futuro distruggendo quello degli altri». Poi il post di Sanapo continua: «E questa non è una questione di destra o sinistra. È una questione di rispetto, di civiltà, di libertà. Milano è la città dove abbiamo scelto di investire, creare lavoro e pagare le nostre tasse. E oggi dobbiamo avere paura persino di aprire le porte? Abbiamo perso tutti. Come imprenditori, come lavoratori, come città, come comunità. Un vetro rotto si ripara. La paura di chi ci lavora dietro è molto più difficile da cancellare.
Questa non può essere Milano». (Testo Jacopo Storni)

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